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Da DoctorNews 33


Meno fumatori ma +60% tra under 14

25/1/08. A tre anni dall'entrata in vigore della legge antifumo, diminuisce il numero di italiani col vizio: se nel 2003 la prevalenza di 'amanti delle bionde' fra la popolazione dello Stivale era del 23,9 per cento, nel 2007 la percentuale è scesa al 22,1 per cento. Ma la diffusione di questa brutta abitudine è ancora troppo alta tra i giovani: nell'anno appena concluso, i fumatori nella fascia d'età 20-24 anni sono risultati essere il 28,8 per cento, soprattutto ragazzi (33,8 per cento) e meno ragazze (23,5 per cento). Non solo: la percentuale di adolescenti che hanno iniziato a fumare prima dei 14 anni è aumentata del 60 per cento tra il 2000 e il 2005. Questi i dati diffusi ieri a Roma in occasione dell'incontro 'Verso una società libera dal fumo - Le tre P: Progressi, Problemi e Prospettive', organizzato dal ministero della Salute.
Secondo il Sistema di sorveglianza 'Passi' (Progressi delle aziende sanitarie per la salute in italia), che indaga diversi aspetti dell'abitudine al fumo, dai dati provvisori del 2007 emerge però che circa il 40 per cento delle persone che fumano ha tentato di smettere negli ultimi 12 mesi, ma di questi oltre l'80 per cento ha fallito il tentativo. Hanno provato a dire addio al pacchetto soprattutto gli uomini e i giovani fra 18 e 34 anni, nella maggior parte dei casi senza l'aiuto del medico. I 'camici bianchi' non si sono però risparmiati quando si è trattato di dissuadere i pazienti dal vizio: il 60 per cento dei fumatori ha ricevuto il consiglio di smettere dal medico. Sembra comunque che la legge Sirchia abbia avuto effetti concreti anche sulla riduzione delle malattie cardiovascolari: "Undici mesi dopo l'entrata in vigore della normativa - ha detto Francesco Barone Adesi, epidemiologo dell'università di Torino - i ricoveri per infarto erano già scesi del 5 per cento. In effetti, dopo solo un anno che si è smesso di fumare, il rischio di danni a cuore e arterie già si dimezza".

Fumo e stress attaccano il cuore delle donne

17/12/2007 Al via congresso Sic, studio in supermarket per approfondire rischi.
Peggiora la salute del cuore delle donne. "Nel giro di 10 anni, infatti, le pazienti con malattie cardiovascolari sono aumentate del 30 per cento". Sotto accusa sono il vizio del fumo, notoriamente più diffuso nel 'gentil sesso', e lo stress psicosociale provocato dal lavoro o dalle difficoltà della vita di tutti i giorni. Parola di Francesco Romeo, direttore scuola di specializzazione in Cardiologia dell'università 'Tor Vergata' di Roma,che è intervenuto venerdì mattina nella Capitale alla conferenza di apertura del 68esimo congresso della Società italiana di cardiologia (Sic), in programma fino a martedì.  Gli specialisti riuniti a convegno lanciano un allarme unanime: si presta troppa poca attenzione nei confronti delle pazienti donne, che vengono curate più tardi e meno degli uomini. Lo 'spettro' numero uno per loro è infatti da sempre rappresentato dal cancro al seno o all'utero, "eppure - ha sottolineato Francesco Fedele, presidente della Sic - una donna su tre muore per malattie di cuore e arterie, mentre una su 25 decede per tumori". E se 10 anni fa solo un paziente con problemi cardiaci su cinque era di sesso femminile, oggi la proporzione è passata a una su due. "In Italia i malati di serie A, però - continua Fedele - rimangono gli uomini sotto i 65 anni perchè la ricerca indirizza i propri sforzi soprattutto verso questa categoria. Ci sono poi i malati di serie B e persino C: sono le donne e gli anziani, specialmente al Sud".  Per tentare di fare una classifica dei maggiori fattori di rischio cardiovascolare 'in rosa' e avere un quadro più chiaro della situazione, è partita a ottobre l'indagine 'La donna di cuore', cui hanno aderito già tremila volontarie 'arruolate' presso alcune ipercoop italiane.  "Esami cardiologici gratuiti al supermercato, dunque - spiega Romeo - per raccogliere più dati possibile utili a inquadrare quali siano i peggiori nemici del gentil sesso: se il colesterolo alto, il diabete, l'obesità, il fumo o lo stress. Da un'idea che ci siamo fatti, risulta però chiaro che questi ultimi due elementi sono i più importanti per le donne, che oltretutto dopo i 55 anni perdono la 'protezione' cardiovascolare degli ormoni estrogeni". La ricerca, che intende coinvolgere in totale 10mila partecipanti, si concluderà a febbraio. Il consiglio degli specialisti è comunque quello di sottoporsi a uno screening cardiologico a partire dai 40 anni di età per le donne e dai 35 per gli uomini, "per ottenere - evidenzia Fedele- un quadro personalizzato del livello di rischio e comportarsi di conseguenza, anche se le regole di base rimangono alimentazione sana, movimento fisico e niente sigarette".

Attività fisica diminuisce rischio mortalità

14 dicembre 2007 Effettuare attività fisica almeno tre ore alla settimana è associato ad una diminuzione del 27 percento nel rischio di mortalità. Attualmente si raccomandano 30 minuti di attività moderata nella maggior parte dei giorni della settimana, il che è possibile per la maggior parte delle persone, ma non era stato finora completamente compreso se queste raccomandazioni siano correlate a benefici sulla mortalità. Il presente studio suggerisce che se ne potrebbero osservare anche con livelli di attività inferiori rispetto a quelli suggeriti, e che ogni tipo di attività fisica per i soggetti attualmente sedentari rappresenta un'importante opportunità di diminuire il rischio di mortalità. (Arch Intern Med. 2007; 167: 2453-60)

Attività fisica diminuisce rischio mortalità

04/01/08,14:45, Editoriali in Cardiology a cura di Cesare Albanese - Cardiologo, Casa di Cura Nostra Signora del Sacro Cuore, Roma

L’attività fisica regolare e costante è in grado di ridurre il rischio cardiovascolare. Questo è stato confermato da ampi studi epidemiologici che hanno dimostrato una significativa riduzione sia della mortalità cardiovascolare, sia di quella totale, in soggetti che praticano regolarmente attività fisica (1,2). La sedentarietà, in aumento, sta divenendo uno dei fattori principali di rischio di mortalità globale e cardiovascolare (3); è stato stimato che eliminando questo indicatore di rischio si ottiene una riduzione delle malattie cardiovascolari del 15-39%, di ictus del 33%, di cancro del colon del 22-33%, di fratture ossee secondarie ad osteoporosi del 18% (4). Si è sempre ritenuto che il meccanismo con cui l’attività fisica è in grado di modificare favorevolmente il profilo di rischio cardiovascolare della popolazione è legato ad una sensibile riduzione degli effetti legati ad altri principali fattori di rischio noti come il fumo, l’eccedenza ponderale, il quadro metabolico sia glucidico che lipidico, l’ipertensione arteriosa.
Circulation ha pubblicato i risultati di un'ampia ricerca epidemiologica (27.055 donne apparentemente sane seguite per un periodo medio di 10,9 anni), che ha voluto valutare se questo fosse il solo meccanismo di riduzione del rischio cardiovascolare correlato all’attività fisica e l’entità relativa corrispondente alla variazione di ciascuno degli elementi di rischio modificabili.
Il dato fondamentale e nuovo che sembra emergere dall’indagine è il peso rilevante (32,6% del totale) dell’influenza dell’esercizio fisico ha nel modificare fattori infiammatori e di emostasi, di importanza rilevante nel determinare il danno cardiovascolare.
È stata infatti riscontrata una differenza significativa nella misurazione di alcuni importanti biomarker sierici di infiammazione ed emostasi nei soggetti fisicamente più attivi rispetto ai sedentari, come, ad esempio, proteina C reattiva, fibrinogeno e molecole solubili di adesione. Come era prevedibile, una considerevole percentuale della riduzione del rischio sembra restare legata alla differenza rispetto ai principali fattori di rischio conosciuti tra sedentari e fisicamente attivi, calcolata in circa 59% del totale; sebbene i singoli fattori presi in considerazione separatamente non superino quelli relativi al quadro di infiammazione ed emostasi già considerato. La riduzione dei valori di pressione arteriosa è risultata responsabile del 27,1% della diminuzione del rischio, quella dei nuovi parametri di assetto lipidico (lipoproteina a, apolipoproteina A1, e B 100) del 15,5%, di entità inferiore rispetto a quella relativa ai lipidi tradizionali (colesterolo totale, HDL, LDL; 19,1%). La riduzione del peso corporeo è risultata avere un'incidenza relativa pari al 10,1% del totale di riduzione del rischio ed il miglioramento dello stato di diabete o emoglobina glicosilata del 8,9%. Un effetto trascurabile è quello relativo ad altri indicatori di rischio (<1%), meno potenti, come omocisteina e creatininemia.
Infine, ancora una conferma di una riduzione del rischio cardiovascolare con un incremento lineare in rapporto all’entità ed intensità dell’attività fisica. Misurando l’intensità di questa è stata infatti registrata una riduzione del rischio cardiovascolare rispettivamente di 27%, 32% e 41% per livelli di attività fisica crescenti di 200-599 Kcal/settimana, 600-1499 Kcal/sett. e >1500 Kcal/sett.
Fonte:
Mora S, Cook N,Buring JE, Ridker PM, Lee I-M. Physical Activity and Reduced Risk of Cardiovascular Events. Potential Mediating Mechanisms. Circulation 2007; 116: 2110-2118
Bibliografia

  1. Blair SN, Kohl HW, Barlow CE, Paffenberger RS, Gibbons LW, Macera CA. Changes in physical fitness and all cause mortality A prospective study of healthy and unhealthy men. JAMA 1995; 273: 1093-1098
  2. Erikssen G, Liestol K, Bjornholt J, Thaulow E, SandviK L, Erikssen J. Changes in physical fitness and changes in mortality. Lancet 1998; 352: 759-762
  3. Booth FW, Gordon SE, Carlson CJ, Hamilton MT. Waging war on modern chronic diseases: primary prevention through exercise biology. J Appl Physiol 2000; 88: 774-787
  4. Giada F, Biffi A per Task Force Multisocietaria (FMSI, SIC Sport, ANCE, ANMCO, GICR, SIC). La prescrizione dell’esercizio fisico in ambito cardiologico. G Ital Cardiol 2007; 8 (11) 681-731
Malattie cardiache e tumori principali cause di morte

13/12/2007. Ad indicarlo l'Annuario statistico italiano 2007 dell'Istat. Sono le malattie cardiache e i tumori i peggiori nemici degli italiani. Si confermano, infatti, le principali cause di morte, come indica l'Annuario statistico italiano 2007 dell'Istat. 'Numeri' riferiti al 2002, ultimo anno disponibile per i dati definitivi sull'argomento. Il tasso più elevato di mortalità si registra per le malattie cardiovascolari, ed è pari a 415 decessi su 100 mila abitanti per il totale della popolazione: 382 per i maschi e 446 per le femmine. Al secondo posto tra le cause di morte ci sono i tumori (il 29,2  per cento del totale dei decessi) con valori per 100 mila abitanti pari a 337,5 per i maschi e 236,3 per le femmine. Le malattie dell'apparato respiratorio si collocano al terzo posto come causa di morte: nel 2002si attestano a 62,9 per 100 mila nella popolazione totale, 74,5 per i maschi e 52 per le femmine. Sostanzialmente stabili, invece, i casi di morte violenta, che presentano un tasso di 46,7 per 100 mila abitanti nel 2002.

Primo passo verso la nuova ECM

13/12/2007. La Commissione Bilancio della Camera lo scorso 7 dicembre ha approvato l'emendamento del Governo (n. 82.028) che integra il disegno di Legge finanziaria per l'anno 2008 con l'art. 82-bis "Commissione Nazionale per la formazione continua". Il comma 1 di tale articolo, tra l'altro,  dice  che "il sistema nazionale di educazione continua in medicina (ECM) è disciplinato secondo le disposizioni di cui all'Accordo stipulato in sede di Conferenza Stato-Regioni in data 1° agosto 2007 recante il riordino del sistema di formazione continua in medicina. In particolare il documento determina la nuova composizione e i nuovi compiti della Commissione nazionale per la formazione continua; il coinvolgimento degli Ordini professionali quali garanti della professione e certificatori della formazione continua; i crediti formativi che dal 2008 dovranno essere acquisiti nella misura di 50 annui per un totale di 150 crediti nel triennio 2008-2010; l'introduzione di ulteriori modalità didattiche formative (a distanza, sul campo, autoformazione); il passaggio all'accreditamento dei provider (in precedenza erano solo i singoli eventi a essere accreditati) che potranno essere regionali e nazionali; la registrazione dei crediti formativi attraverso l'anagrafe dei crediti ECM affidata al Cogeaps (Consorzio delle professioni sanitarie).

Esercizio isometrico induce ipoalgesia

13/12/2007. L'esercizio isometrico di breve durata e non intenso solleva la soglia del dolore e la tolleranza al dolore nelle giovani donne sane. L'ipoalgesia susseguente ad un esercizio aerobico di elevata intensità è stata ben documentata, ma le prove di effetti simili per esercizi di resistenza di intensità moderata o elevata sono più limitate, ed i dati sull'esercizio isometrico di minore intensità effettuato strenuamente sono contraddittori. Il presente studio sembra indicare che una contrazione muscolare localizzata determina effetti inibitori sul dolore ipsilateralmente e controlateralmente, il che indicherebbe una risposta centrale. Sono necessarie ulteriori ricerche per individuare il meccanismo fra i tanti possibili che è realmente responsabile dell'ipoalgesia: i meccanismi candidati includono effetti antinocicettivi a livello centrale, attivazione di neurotrasmettitori o del sistema degli oppiacei endogeni o stimolazione di un controllo inibitorio diffuso della nocicezione. (J Pain 2007; 8: 887-92)

Ictus: riduzione LDL limita rischio recidive

13/12/2007. A seguito di un ictus o di un TIA, la riduzione intensiva del colesterolo LDL riduce significativamente il rischio di un secondo ictus o di altri eventi vascolari, senza aumentare le emorragie cerebrali. Vi è anche una tendenza per una reazione di tipo dose-risposta in caso di riduzione dei livelli di colesterolo LDL al di sopra o al di sotto del 50 percento, il che supporta l'ipotesi che la correlazione sia di tipo continuo. La riduzione radicale del colesterolo LDL è associata ad un aumento persistente dei livelli enzimatici, come era stato dimostrato anche in altri studi sulle statine, ma non è stato osservato alcun aumento nell'incidenza di mialgie, miopatie o rabdomiolisi, nonostante la mancanza di un periodo di adattamento al farmaco. (Stroke 2007; 38: 3198-204)

Per chi vuole approfondire l'argomento "Cerotto al Testosterone per il desiderio sessuale femminile".
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Testosterone Patch for Low desire in Surgically Menopausal women a randomized trial Five hundred thirty-three women with hypoactive sexual desire disorder who had undergone previous hysterectomy and bilateral oophorectomy were enrolled in a 24-week, multicenter, double-blind, placebo-controlled trial. Patients were randomly assigned to receive placebo or the testosterone patch twice weekly.2005;105:944 –52.


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