Pane al pane e vino al vino

Desidero tornare a parlare di oncologia perché, oltre ad esserci culturalmente affezionato, è una disciplina che presenta molte sfaccettature e problematiche tuttora irrisolte su cui però di tanto in tanto si discute purtroppo senza approdare a niente.

Ho già detto che i media consumano tempo e parole per fare un’opinabile divulgazione che fin troppo spesso risulta controproducente. Non c’è trasmissione televisiva di intrattenimento che non abbia un intervista con un medico che da esperto parla, con un linguaggio piuttosto difficile, di cose che non è sempre bello sentire. Ma anche la carta stampata non è da meno, piena com’è di rubriche specialistiche, con relative domande dei lettori, e periodici approfondimenti sugli argomenti ritenuti di maggior interesse.

A questo proposito, fece epoca la commovente lettera di una paziente che rimproverava all’Espresso, letto nell’attesa della chemioterapia, di aver riportato le probabilità di sopravvivenza in alcuni tumori, tra cui il suo. La risposta di Veronesi (l’Espresso, 9 luglio 1989), seppure con un richiamo alla responsabilità per medici e giornalisti, non è che fosse un lodevole mea culpa… Ricordo invece che il mio professore di anatomia patologica ripeteva di continuo che è sbagliato in oncologia fare una previsione di morte.

Legato all’informazione, vi è un altro vecchio dilemma mai risolto, sempre in oncologia: è giusto e opportuno dire la verità a chi ha un tumore? Indubbiamente non sapremo mai prima come l’interessato possa accogliere questa tragica notizia. E’ pur vero che nella patria dei tests ne hanno messo a punto uno che può far prevedere l’eventuale reazione (Mental Adjustment to Cancer Scale o MAC), ma non risulta che esso sia somministrato in modo sistematico, almeno nei nostri luoghi di cura.

Secondo il parere di molti, avere cognizione della gravità può essere particolarmente utile a dare la forza necessaria per combattere la malattia. Ciò mi trova perfettamente d’accordo. Tanto che, quando mi interessavo di terapia antiblastica pre- e post-chirurgica in collaborazione con grandi centri di riferimento, una signora piuttosto sfortunata ebbe a complimentarsi dicendomi: “lei è un tipo tosto, perché dice sempre tutto, pane al pane e vino al vino”. Cosa che mi fece indubbio piacere.

Da tutt’altro punto di vista, comunque, suscita in me molta perplessità come si possa conciliare il non dire con l’acquisizione del consenso informato. Se esso per necessità deve basarsi su un’informazione la più completa possibile e altrettanto ben compresa, riguardo sia alla malattia che alle strategie terapeutiche, come può essere dato e rato in caso di palese reticenza? Né si può far riferimento all’antica prassi di informare un parente, perché non potrà mai sottoscrivere al posto dell’interessata. E allora?

10 maggio 2022


Pubblicato il Maggio 10, 2022